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Personaggi illustri

 
VINCENZO CIARDO

VINCENZO CIARDO

Periodo: 1894 - 1970

- Nacque a Gagliano del Capo (Lecce) il 25 ottobre 1894 da Bruno e da Giulia Resci. A quattordici anni egli s'iscrisse all'Accademia di belle arti di Urbino, in un momento in cui "l'insegnamento artistico -come poi egli stesso scrisse - risentiva del clima post-umbertino, mediocre sotto ogni riguardo" (Consuntivo..., p. 45). Quando vi si licenziò nel 1914. il servizio di leva e la guerra ritardarono l'inizio della sua attività artistica, per cui al suo arrivo a Napoli nel 1920 era come se fosse appena uscito dall'accademia.
A contatto di questo nuovo ambiente, il suo primo problema fu quello della emancipazione dalla didattica accademica "legata alla regola del più pedante verismo post-ottocentesco" (Piccolocabotaggio). Ma la situazione culturale in cui venne a trovarsi non favoriva, certo, nuove aperture e aggiornamenti, per cui la scelta critica più idonea fu quella di un recupero di quanto di meglio la tradizione ottocentesca napoletana potesse offrire.
Iniziarono allora le sue riflessioni sulla scuola di Posillipo, a cui si sarebbero aggiunte quelle su De Nittis giovane e sull'ultimo De Gregorio. Si trattava naturalmente di semplice intuizione della modernità di quei fatti ottocenteschi per ciò che riguardava innan itutto i problemi della luce e del vero; modernità sjtemperata. nelle facili emozioni che la realtà spettacolare poteva procurargli (Campagna del Salento, 1926, firmato, ill. in Arte mod. in Italia..., 1967).
Nel '28 nuove istanze e nuovi fermenti vennero a smuovere l'ambiente artistico napoletano, e di essi fu partecipe lo stesso C., togliendone quanto fosse stato necessario per avviare un lavoro di totale revisione del problema della pittura e per "restituirle un 'ordine' fuori delle banalità, della facile piacevolezza" (Valoridella tradizione..., p. 67). Furono allora i richiami ai principli del postimpressionismo, ai fondamenti dell'arte di Cézanne: "ricerca del volume, impegno della costruzioné di piani nello spazio, prospettiva tonale" (C. Lorenzetti, L'Acc. di belle arti di Napoli, Firenze 1953, p. 331)., a sollecitarne infatti una rigorosa verifica.
Nella produzione pittorica che va da questi anni fino alla seconda guerra mondiale, i problemi della luce, dei volumi e della costruzione dello, spazio trovano concretezza in una serie di paesaggi che lo vedono ormai affrancato da quanto di illustrativo e di pittoresco era ancora avvertibile in quelli (tra gli altri: Marina, 1923, Lecce, Museo provinciale; Case a Pozzuoli, 1926, Lecce, coll. Chironi) degli anni precedenti. Campi Flegrei del '30 (ubicazione ignota), Paesaggio napoletano del '31 (ubicazione ignota), Verso Leuca del '32 (Napoli, coll. Ruffo), Casa colonica a Lucrino (ibid.),Campagna napoletana (ubicazione ignota) stanno a testimoniare questo processo di approfondimento e di attenta trascrizione dell'emozione poetica, sì che il paesaggio ne costituisce concretamente la dimensione liricamente più consona.
Nuove sollecitazioni culturali, favorite dai viaggi, dallo studio e da contatti con altri centri artistici, evitarono il rischio di un assestamento. Nella produzione immediatamente successiva alla guerra, infatti, si registra il graduale passaggio verso nuove formulazioni linguistiche, che avrebbero finito poi col divenire definitive. Restava tuttavia costante il rapporto del C. con la pittura "intesa e praticata come volontà di discorso lirico intatto" (Stefanile, 1951). Sta qui anche la ragione delle tangenze culturali che si registrano nella produzione del dopoguerra, come il ricorso esplicito all'impressionismo e al postimpressionismo, e in particolare a Bonnard. I problemi della visione che avevano caratterizzato le opere anteriori alla guerra restavano sostanzialmente immutati. Tale continuità nascevada una precisa convinzione, esplicitamente espressa dal pittore in occasione della personale del 1948 a Milano alla galleria Gian Ferrari, che cioè l'allora attuale "grammatica figurativa" avesse "tuttaltro che esaurito le sue possibilità, anche senza negare l'importanza delle ricerche di chi, in buona fede", tentava "nuove strade".
Questo atteggiamento di equilibrata polemica che egli sempre mantenne nei confronti di certe moderne enunciazioni si accompagna al raggiungimento proprio in quegli anni di uno stile inconfondibile. Variamente motivato, esso si caratterizza per la ricca orchestrazione cromatica, a cui è affidata la trascrizione del dato di natura, e per un peculiare ductus pittorico, giustamente assimilato al "tassellato" musivo. Non si trattava naturalmente di semplice ammodernamento in termini di nuove formule, ma, come è testimoniato da alcuni paesaggi come Luna e sassi (1956: Busto Arsizio, coll. E. Milani), Plenilunio (1958: Gagliano del Capo, coll. G. Ciardo) e da alcune Nature morte come quella del 1961 (Lecce, coll. P. Lecciso) o quella del 1963 (Gagliano del Capo, coll. G. Ciardo), di un interesse costante ai problemi della visione, sollecitato da quella sua ineliminabile vocazione e da una cultura fattasi sempre più responsabile.
Il C. morì a Gagliano del Capo il 26 settembre del 1970.
Si può dire che il pittore, fin dalle sue prime battute, abbia goduto di una costante attenzione della critica, che ha espresso quasi sempre un giudizio positivo. Tuttavia sono piuttosto recenti gli interventi per una più puntuale definizione della sua opera, e cronologicamente essi corrispondono agli anni del configurarsi del suo nuovo stile. In sede di definizione storica, si è insistito sull'opera di svecchiamento esercitata dal C. nella pittura meridionale, ma a una verifica questo aspetto è sicuramente quello più carente. Giustamente è stato posto l'accento sul valore sostanzialmente episodico della sua opeta e sul suo carattere estremamente colto, che, come tale, dice del sapiente impegno da cui è stata guidata (Manziona, 1972).

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